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Oceanic Trash Vortex – Isole di Plastica

Le correnti oceaniche sono masse di acqua marina in movimento, differenziabili per densità, salinità, temperatura e colore. Le correnti che vanno dall’equatore ai poli trasportano aria calda, mentre quelle che seguono il tragitto opposto, aria fredda:in questo modo contribuiscono al condizionamento del clima, rendendo sopportabili le temperature per gli esseri viventi della Terra. Sono inoltre importanti perché contribuiscono alla diffusione delle specie vegetali e animali, trasportando semi e uova di animali anche da un continente all’altro. Sono fondamentali per l’eco-sistema oceanico anche perché trasportano il plancton (organismi acquatici galleggianti), che è alla base della catena alimentare delle creature marine.

Questo fino al boom economico del secondo dopoguerra. Già. Perché da allora le correnti oceaniche hanno iniziato a trasportare con sé anche qualcos’altro: 269mila tonnellate di plastica.
Mentre i rifiuti galleggianti di origine biologica sono spontaneamente sottoposti alla biodegradazione, anziché decomporsi, la plastica si foto-degrada, cioè si disintegra in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono. Inoltre, la foto-degradazione porta con sé la possibilità di inquinamento da PCB.
Stando alle stime di uno studio condotto dall’organizzazione senza scopo di lucro 5 Gyres Institute, negli oceani galleggiano 5mila miliardi di frammenti di plastica, grandi e piccoli. Secondo i ricercatori, la maggior parte di questi frammenti ha dimensioni paragonabili a quelle del plancton.
Il galleggiamento delle particelle plastiche, che hanno un comportamento idrostatico simile a quello del plancton, ne facilita l’ingestione da parte degli animali marini
. Basti pensare che in alcuni campioni di acqua marina prelevati nel 2001 il rapporto tra la quantità di plastica e quella di zooplancton era di sei a uno. La grande varietà di plastica ha iniziato così a far parte della dieta di molte specie marine, entrando di fatto anche nella nostra catena alimentare: i pesci più grandi si nutrono delle specie più piccole che mangiano regolarmente la plastica insieme al plancton, finendo poi nelle pescherie e nei nostri piatti.

Ma questo non è il solo effetto della plastica negli oceani, né il più preoccupante…

Era il 1997 quando l’oceanografo Charles Moore, tornando in California dopo una regata, scoprì la cosiddetta Grande Chiazza di Rifiuti del Pacifico (Pacific Trash Vortex), un’ampia “isola” di spazzatura formatasi nel Pacifico settentrionale a partire dagli anni ’50.
La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km², e potrebbe essere composta da oltre 100 milioni di tonnellate di detriti.

È un intero continente costituito da rifiuti di plastica che si sono accumulati tra le coste del Giappone e quelle americane, rendendola di fatto la discarica più grande del mondo. Secondo Marcus Eriksen, dell’Algalita Marine Research Foundation, il fenomeno ha ormai raggiunto livelli preoccupanti: «Il Trash Vortex – spiega in un’intervista a Il Fatto Quotidiano – non forma un’isola vera e propria o un’accumulazione densa di frammenti; la sua densità è simile a quella di un cucchiaio di confetti di plastica sparsi su un campo di calcio».

Ma il Pacific Trash Vortex non è solo: in totale, esistono cinque “isole di plastica” in corrispondenza dei cinque principali vortici oceanici. Lo ha evidenziato la ricerca del team guidato dall’ecologo marino Andres Cozar Cabañas e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences: «Le correnti oceaniche agiscono come nastri trasportatori, convogliando i rifiuti fino a zone di massima convergenza che, secondo le stime, nei loro nuclei più densi contano milioni di pezzi di plastica per ogni chilometro quadrato». Un altro grande ammasso è presente tra Cile e Oceania, sempre nell’Oceano Pacifico, altri due si stanno formando anche nell’Oceano Atlantico e un altro sì è creato anche nell’Oceano Pacifico.

Sebbene si tratti di una mole enorme di materiali, la massa è costituita principalmente da micro-plastiche non visibili a occhio nudo. Non si tratta di agglomerati ben tangibili e visibili, ma non per questo bisogna pensare che siano meno dannosi. La maggior parte degli elementi che formano i Trash Vortex proviene dal carico dei container caduti in mare dalle navi cargo, oltre che dai rifiuti che normalmente vengono gettati in mare.

Ma questa non è la sola notizia preoccupante della ricerca. Come ha spiegato in questa intervista per National Geographic, i conti per il team del dott. Cozar Cabañas non tornano: infatti, dagli anni Ottanta, la produzione di plastica è quadruplicata. Poiché l’azione del vento, delle onde e del sole frammenta il materiale in piccoli pezzi, dovrebbe esserci molta più plastica di quella che hanno rilevato i ricercatori.

«Le nostre osservazioni mostrano che grandi quantità di frammenti di plastica, con dimensioni che variano dal micron a qualche millimetro, non compaiono negli ammassi galleggianti che abbiamo censito. Tuttavia non sappiamo che fine abbia fatto tutta questa plastica. Si trova da qualche parte, in mezzo all’oceano, in profondità, divorata dalla fauna marina, oppure ridotta a particelle così microscopiche da non poter essere recuperate con le reti».

Ancora non si conoscono quali effetti avrà sugli Oceani la presenza di tutta questa plastica, ma si può ben immaginare non sia nulla di positivo.
«Tristemente», conclude Cozar, «l’accumulo di plastica potrebbe modificare questo ecosistema così enigmatico prima ancora di lasciarci la possibilità di conoscerlo davvero».

Andrea Federigi

Per Approfondire:

http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2014/07/17/news/mappa_estensione_plastica_oceani-2216804/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/continua-a-crescere-lisola-dei-rifiuti-allarme-nelloceano-pacifico/167828/​

https://www.fastcompany.com/1703881/what-its-sail-pacific-trash-vortex​

http://www.corriere.it/ambiente/14_dicembre_13/negli-oceani-galleggiano-269-mila-tonnellate-plastica-af297890-82bf-11e4-a0e7-0a3afe152a95.shtml​